39   (apocrifo)

 

L'episodio della nostra storia che narriamo stasera è apocrifo, nessuno è infatti disposto a giurare che sia vero. Abbiamo deciso anche di dare al capitolo lo stesso numero del precedente affinché si confonda con esso o con quello successivo, perché sia possibile anche escluderlo, eliminarlo, senza che nella nostra storia cambi niente né ci sia alcuno che lo possa rimpiangere.

La forma della narrazione è sintetica e principalmente omissiva, cosa per noi assolutamente inusuale, abituati come siamo a disperdere i nostri giorni e le nostre vite in pensieri lunghi e probabilmente anche abbastanza noiosi. Lo stile è questo perché anche gli accadimenti, se mai accaddero, furono caratterizzati da una bruciante tempestosità che travolse gli animi di chi li visse, oppure che credette di farlo.

E quindi oggi, 16 aprile 1994, adesso che le birre sono già arrivate, non ci resta che augurarvi ed augurarci buon ascolto.

 

Aveva una "500"  bianca semi  decappottabile.

Da giovane.

Era nato a Rio Marina.

Si chiamava Nicola Luporini.

Ebbe molti amici.

Anche amori.

Visse a lungo nei luoghi della sua memoria.

Poi lentamente iniziò a distrarsi.

Finché un giorno se ne andò.

Lontano da ogni nostro ricordo.

Oh, per ritornare, anche, ritornò.

Solo che era diverso.

I capelli d'un altro colore.

Solo il nome lo stesso.

Diceva che aveva conosciuto il mondo.

O perlomeno molte delle sue sfumature.

Nessuno gli credette.

E neanche finse di farlo.

Si inventò di aver trascorso un'infanzia con noi.

Su due piedi.

Forse era vero.

Chissà, è passato tanto tempo.

Disse che eravamo suoi amici.

Ci mettemmo a ridere.

Era davvero troppo grossa.

Ma sapeva giocare a biliardo, boccette e stecca.

Ci piacque subito.

Sosteneva poi di avere una figlia.

Anche un figlio, addirittura.

Qui.

Nessuno di loro lo riconobbe.

Non avrebbero peraltro potuto farlo.

Non c'erano.

Oramai da tanto tempo.

E così arrivò ancora un'altra volta l'estate.

Non se ne poteva fare a meno.

Arrivava da sola.

Ma in fondo era divertente.

Intanto lui continuava, imperterrito.

Sosteneva fermamente di conoscerci.

Alla fine ci convinse.

Ci prese per stanchezza.

Così credemmo di averlo davvero amato.

Costruimmo per lui appositi ricordi.

Infanzie sotto i pini a scuola.

E anche tutto il resto.

Alle volte ci confondevamo e ci mettevamo a ridere.

Allora anche lui rideva.

E intanto arrivava l'autunno.

Con i fichi.

E le castagne.

L'aria che inizia ad odorare di fumo.

Più difficile fu ricostruirgli una famiglia.

Sosteneva di avere avuto una moglie.

Addirittura più di una.

Si intestardiva.

Finimmo anche stavolta col credergli.

Solo che non si ricordava bene i nomi.

Cercammo di aiutarlo.

Gli presentammo un'infinità di donne.

Non ne riconobbe alcuna.

Era deprimente.

Fu così che decidemmo di inventargliela.

Convenne anche lui che non c'era altro modo.

Per fortuna aveva gusti precisi.

Allora la pensammo bionda.

E già che c'eravamo anche bella.

Da quel giorno fu più tranquillo.

Usciva con lei quasi tutte le sere.

Le comprava regali.

Cercava di non farcela frequentare.

Era geloso.

Ci raccontava dei suoi bellissimi occhi.

Della sua pelle levigata.

Fu così che anche per noi lei divenne reale.

La chiamammo Maria.

Fu il primo nome a venirci in mente.

Le scrivevamo lettere.

Lei rispondeva.

Così passò anche l'inverno.

E molti altri ancora.

Non potevamo più fare a meno di lui.

Si ricordava persino dei voti che prendevamo a scuola.

Su una sola cosa era sempre enormemente vago.

Sui nostri nomi.

Proprio non se li voleva ricordare.

Ma noi insistevamo.

Finché un giorno ce la facemmo.

Gli tornarono tutti in mente.

All'improvviso.

Restammo stupiti.

Anche perché non erano quelli che credevamo.

Bizzarro.

Non eravamo abituati ai nostri nuovi nomi.

Ma senz'altro aveva ragione lui.

Ci eravamo sbagliati da un vita.

E così non ci restò altro che adeguarci.

I nostri parenti ci misero qualche tempo.

Ma poi impararono perfettamente.

Alcuni continuarono a confondersi un po'.

Ma poco importa.

Sì, solo lui non sbagliava mai.

Era consolante pensare che si ricordava così bene di noi.

In tutte le stagioni.

Anche con la primavera in arrivo.

Ciondolante d'aria calda e di pollini blu.

Finché un giorno ci decidemmo.

Dovevamo farlo.

Prima o poi.

Non era più possibile attendere.

Glielo chiedemmo così, quasi per scherzo.

Volevamo sapere.

Se per caso, ai suoi occhi, non risultasse qualche altro errore.

Nelle nostre vite.

Allora fece lo gnorri.

Si schernì.

Tentò improbabili giustificazioni.

Ci invitò al banco del bar.

Disse che ognuno si sceglie i propri destini.

Ma noi insistemmo.

Ci doveva essere per forza una trama.

E solo lui la poteva conoscere.

Forse gli facemmo pietà.

E così un giorno, finalmente, si arrese.

Ed iniziò ad elencare.

Chi aveva sbagliato moglie.

Certo in buona fede.

Chi l'acquisto di una barca.

Magari anche solo il colore.

Chi il lavoro e chi l'educazione dei figli.

Fu molto dettagliato.

Preciso e metodico.

Ci aiutò molto.

Da quel giorno niente fu più lo stesso.

Avevamo tutti sbagliato.

D'accordo.

Ma si può sempre rimediare.

Cercammo di farlo.

E in fretta.

O non ci sarebbe bastato il tempo.

Seguimmo accuratamente le sue indicazioni.

Ci trovammo bene.

Non c'era verso di sbagliarsi.

E così ricostruimmo le nostre vite.

Come dovevano essere.

Ci eravamo in fondo solo distratti.

La colpa è dell'aria di mare, certo.

A volte impedisce la necessaria concentrazione.

Erano solo in fondo ricordi sbagliati.

Matrimoni.

Figli.

Carriere.

Reti da pesca.

Amori.

Idee.

Ideologie

Automobili.

Croci sulle schede elettorali.

Minuzie.

Particolari.

Facilmente correggibili.

Via via ci confrontavamo con lui.

Così, per sicurezza.

Sarebbe stato sciocco sbagliare ancora.

Magari per aver ascoltato male una sera ciò che diceva.

Solo che un giorno al bar lui non arrivò.

Pensammo ad un'indisposizione.

O magari ad un'infatuazione improvvisa.

Giocammo a carte.

All'inizio.

Poi ci preoccupammo.

Ammalato o innamorato, avrebbe dovuto dare sue notizie.

Andammo a casa sua.

Era buia.

Suonammo.

Non c'era.

Chiedemmo.

Ad ogni vicino.

Nessuno sapeva niente.

Soffiava un vento tremendo quella notte.

Non poteva essere in mare.

Non poteva andarsene così.

Scomparire.

Non era giusto.

Illuderci.

E poi all'improvviso fuggire.

Senza mai più ritornare.

Sul serio, stavolta.

Forse.

Allora pensammo ad uno scherzo.

Uno dei tanti.

Chissà come ci avrebbe presi in giro.

Al suo ritorno.

Certamente era solo un breve viaggio.

Breve.

Ci mettemmo ad attendere.

Non potevamo far altro.

Ma avevamo fretta.

Una furia dannata.

Chi eravamo infatti.

Noi.

Senza i suoi ricordi.

E con tutte queste stagioni.

Ancora da trascorrere.